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Cent’anni di solitudine

  • Immagine del redattore: La cronista
    La cronista
  • 12 ott
  • Tempo di lettura: 2 min

Sono pentita? Sì.


Ero forse troppo giovane e distratta, quando – quasi vent’anni fa – mi fu caldamente suggerita la lettura di Cent’anni di solitudine. Non ero riuscita a superare pagina 14.


Me ne vergogno? Abbastanza.


Fortunatamente, quasi sempre, la vita offre seconde possibilità.


Ecco che – contravvenendo alla mia regola aurea “prima il romanzo, poi il film” – mi trovo a raccontarvi di Cien años de soledad, serie Netflix del 2024, tratta dal romanzo di Gabriel García Márquez. Anzi, della serie Netflix c’è poco da dire: un gioiello. Immagini, suoni, espressività attoriali che restano appiccicati agli occhi e alle orecchie come i metalli sulle calamite.


É più che altro della trama, quella concepita dalla mente di Marquez, che vorrei scrivere.


Non c’è etichetta da critica letteraria che renda l’idea di cosa significhi entrare in contatto con la secolare storia della famiglia Buendìa.


Realismo magico? Sí, ma non “solo”. Non è “solo” che fantasmi, sogni, presagi e maledizioni ambigue - in questa storia - hanno il potere di costruire e demolire città, eserciti, intere vite familiari. É il modo, visceralmente radicale, in cui viene raffigurata la condizione umana sotto tutti i suoi profili. Privati e politici.


Macondo, la città costruita nel mezzo di una palude sotto ispirazione onirica del fondatore José Arcadio Buendía, nasce libera e – nell’ottica del creatore (più che di Buendía, di Marquez stesso?) – i suoi abitanti non necessitano di regole.

Ad alterare l’armonia primordiale di Macondo, due fattori: l’improvviso ingresso del Governo nelle dinamiche cittadine – con la la conseguente imposizione al popolo dell’idea di Dio – e il primo decesso nella città. Come se l’esercizio del potere – in qualsiasi forma, religioso, che sia delle maggioranza, della minoranza o dei ribelli – e l’idea della morte fossero indissolubilmente legati in una sorta di inevitabile processo corruttivo dell’essere umano.


E se si rifiutassero morte e potere? La pena è la solitudine.

Una solitudine, tutto sommato, gentile e poetica per il patriarca dei Buendía. Il suo rifiuto ha origini incontaminate. Un po’ meno gentile per i suoi discendenti che, di fronte alla via salvifica, sembrano irresistibilmente optare per la loro singola la condanna.


Muchos años después, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía habría de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo.

L’incipit del romanzo e della serie, che acquisisce un carico semantico scena dopo scena, potrebbe effettivamente riassumere l’intera storia. O, almeno, ciò che io ho visto in questa trama.


Cien años de soledad è una storia di distacco struggente (e inevitabile) da una condizione ancestrale in cui la consapevolezza della finitudine umana era soltanto un pensiero remoto, arginato da una realtà che prendeva gradualmente forma tramite l’esercizio dell’alchimia e della magia.


La serie Netflix finisce inquadrando i Buendía del primo decennio del Novecento. Sto aspettando la seconda stagione, che coprirà l’ultimo arco storico del romanzo? Sì.

ree

Nel frattempo, ripartirò da pagina 0? Altrettanto probabilmente, sì.

 
 
 

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