Il Conte di Montecristo
- La cronista

- 25 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Divisivo. Ai suoi tempi, spaccò a metà il pubblico. Per alcuni, si trattava di un romanzo straordinariamente avvincente. Per altri, di una commercialata.
Cosa ci ho visto io, nelle milleduecentocinque pagine lungo le quali si snoda la storia del Conte di Montecristo, a distanza di quasi due secoli?
Provando a riassumere: una Bibbia delle emozioni e dei sentimenti umani.
Ci sono situazioni che gli uomini afferrano con l’istinto, ma non possono commentare con la ragione. Il poeta più grande, in questo caso, è quello che manda il grido più violento e più naturale. La folla prende quel grido per un racconto intero e ha ragione di limitarsi a quello.
In queste poche righe, Alexandre Dumas materializza perfettamente l’allure della trama sgorgata dalla sua stessa penna.
Edmond Dantes e’ un giovane marinaio marsigliese, persona buona e di belle speranze, pronto a sposare l’amata fidanzata Mercedes.
A causa di un complotto ordito da Danglars e Fernand Mondego - entrambi gelosi di lui, il primo per questioni di carriera, il secondo in quanto innamorato di Mercedes - viene ingiustamente accusato di bonapartismo dal rampante magistrato de Villefort (l’accusa peggiore a quei tempi, e’ il periodo dell’esilio all’Elba) e rinchiuso, senza processo, nella fortezza d’If.
Dopo quattordici anni di sofferenza in prigione - durante i quali Edmond ricostruisce il torto che gli è stato fatto e inizia a coltivare una rabbia che arriva, anche al lettore, come un pugno alla bocca dello stomaco - riesce a evadere.
L’obiettivo è uno: vendicarsi.
Per farlo, Edmond Dantes assume l’identità del misterioso milionario “Conte di Montecristo”, uno dei personaggi più sfolgoranti - e allo stesso tempo cupi - della storia della letteratura.
Il set passa dalle assolate e pigre coste della Francia del sud alle pompose serate parigine - popolate di farfalle volubili, api affamate e calabroni ronzanti - nelle quali Mondego, Danglars e de Villefort vivono, ormai indisturbati, le loro esistenze da parlamentare, banchiere e procuratore del Re.
Due sono gli elementi che rendono indimenticabile la narrazione, da parte di Dumas, di questa vendetta.
Da un lato, travolti da un incontenibile vortice empatico, il cervello ed il cuore del lettore diventano quelli di Dantés.
La sofferenza dell’uomo ingiustamente accusato, che inutilmente implora i secondini per ottenere un colloquio con il capo delle carceri e raccontare la verità dei fatti, diventa la nostra. Godiamo visceralmente nel vedere la chirurgica mannaia del Conte dilaniare - una ad una - le esistenze dei Villefort, Danglars e Mondego.
Bruciamo dal desiderio di leggere le prime parole che il Conte scambia con l’ex amata Mercedes, dopo quasi vent’anni, ma allo stesso tempo temiamo: l’avrà riconosciuto? Come se, ad essere riconosciuti, potessimo essere noi.
Dall’altro, lungi dal volerci far immedesimare in loro, Dumas circonda il Conte di villain estremamente umani nelle loro debolezze, viltà ed egoismi.
Sembra di averli davanti, in carne ed ossa.
Non siamo, ma possiamo comprendere le ragioni che muovono Danglars, uno di quegli uomini di calcolo che nascono con una penna dietro l’orecchio e un calamaio al posto del cuore; uno per cui tutto era sottrazione o moltiplicazione, e una cifra gli sembrava assai più preziosa di un uomo quando quella cifra poteva accrescere la somma totale che invece l’uomo poteva decurtare.
Non siamo, ma possiamo comprendere i pensieri del giovane magistrato de Villefort che - avendo scoperto un legame tra il caso Dantés ed un segreto che avrebbe potuto compromettere la sua carriera - dispone la carcerazione di Dantés, pur avendone intuito l’innocenza.
Non siamo, ma possiamo comprendere Mondego, accecato dai sentimenti per Mercedes e da questa respinto.
A ben pensarci, in realtà, c’è un terzo elemento che rende il racconto di Dumas unico e interessante, non solo rispetto ad altre opere letterarie/cinematografiche ugualmente incentrate sul tema della vendetta, ma anche rispetto alle versioni cinematografiche che dal romanzo sono state tratte (con tutto il rispetto per le interpretazioni di Gérard Depardieu, Jim Caviezel, Sam Claflin e Pierre Niney…Niney, by the way, il mio Conte preferito!).
É la messa in scena (anzi, in parola) della progressiva - ma non totale - calcificazione del cuore di Edmond; messa in scena accompagnata da una drammatica riflessione sul significato della vendetta, che inizia ben prima delle ultime pagine del romanzo, dove la questione è affrontata esplicitamente.
Ero buono, fiducioso, pronto a dimenticare: sono diventato vendicativo, falso, cattivo, o piuttosto impassibile come il fato cieco e sordo, dice il Conte di sé stesso. Giunto al culmine della sua vendetta per il lento e tortuoso pendio che aveva seguito, scorse, dall’altra parte della montagna, l’abisso del dubbio, aggiunge il narratore Dumas.
Il dubbio.
Il Conte di Montecristo sospetta che il concatenarsi di manipolazioni e morti - probabilmente, non completamente contemplate nella loro crudezza durante l’iniziale elaborazione del suo piano - lo abbiano trasformato in un essere umano opposto al giovane Dantés rappresentato nelle prima pagine del libro.
Mi succede quello che capita alle persone che si sono ferite in sogno, che guardano e sentono la ferita, ma non ricordano di averla ricevuta. Come se, intrappolato dall’inesorabilitá della vendetta, avesse perso il contatto con il suo movente originario.
Insomma, non voglio dire che Dumas abbia scritto un trattato di filosofia o di psicologia. Tenete però presente che, se inizierete questa avventura, ci troverete dentro tutto: orgoglio, gelosia, amore, amicizia, desiderio, disprezzo, fedeltà, ribellione, pietà, paura, eccitazione, coraggio.
Difficile, per il lettore dell’ultima pagina, dipanare il dubbio di Montecristo.
Condivido però le parole che Dantés - dopo aver compiuto l’atto finale - rivolge a due delle “anime bianche” di questa storia:
Non esiste al mondo né felicità né infelicità; esiste solo il confronto di uno stato con un altro, null’altro. Tutta la saggezza umana e’ in queste due parole: aspettare e sperare!
C’è forse qualcosa da aggiungere?



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