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Permanenza

  • Immagine del redattore: La cronista
    La cronista
  • 7 gen
  • Tempo di lettura: 1 min

Il pensiero si è più volte posato, nel corso dell’anno appena trascorso, su questa cosa: trasformazione e permanenza possono tenersi insieme.


Ogni spostamento netto, fisico o mentale, ha portato con sé una metamorfosi. Questo termine deriva dal greco antico. Letteralmente, semplificando un po’: il cambiamento da una forma all’altra, il processo di andare oltre la forma presente.


Una parola bellissima. Ovidio, duemila anni fa, le ha addirittura dedicato un poema: “Le Metamorfosi”, appunto.


Eppure, forse per indole radicata - o forse perché sono del segno del Cancro, quali acque più chete delle nostre?! - l’intermezzo, il momento del passaggio, mi inquieta sempre più dell’ipotetica soddisfazione per la nuova forma.


In effetti, un warning che non ci è arrivato dalle storie antiche e’ che la metamorfosi può spaventare (non solo quelli del del segno del Cancro, suppongo) perché - mentre si cambia - si teme di perdere qualche pezzo per strada.


Qualche pezzo che, con maggiore o minore lucidità, vorremmo trattenere con tutta la forza che abbiamo in corpo.


Il poema millenario trascina però con sé una conclusione rassicurante anche per i più trattenuti. Qualcosa di noi permane anche dopo la metamorfosi. Che cosa? Dipende da chi siamo e da cosa desideriamo.


Dal canto mio, sorrido pensando alla coesistenza tra ciò che resiste nel profondo e le trasformazioni degli ultimi dodici mesi.


La percezione di un aroma conosciuto, familiare - che resta sospeso nell’aria - ma al qule non si riesce a dare un nome.

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