Primavera
- La cronista

- 4 gen
- Tempo di lettura: 2 min
Potenzialmente, avrebbe avuto varie carte in regola per diventare una produzione “elitaria”; nella pratica, Primavera di Damiano Michieletto e’ l’opposto.
Il film, ambientato in una Venezia settecentesca - dove le ampie gonne ricamate e le marsine della nobiltà incrociano gli anfratti più poveri della città - mette in scena un frammento delle vite di Cecilia e di Antonio Vivaldi.
Cecilia - interpretata da Tecla Insolia - e’ una giovane orfana del Pio Ospedale della Pietà, nell’orchestra del quale suona magistralmente il violino. Vivaldi - interpretato da Michele Riondino - reduce da una fase fallimentare della propria carriera, viene nominato direttore di quest’Orchestra.
Cos’hanno in comune le due figure? La passione sfrenata per la musica, ovviamente; ma c’è dell’altro. O, per meglio dire, la musica e’ il pretesto attraverso il quale queste due anime aggrovigliate si riconoscono.
La ricerca tormentata dell’identità muove tanto Cecilia quanto Vivaldi. Ed è su questo punto che l’opera di Michieletto si differenzia da un esercizio stilistico-intellettuale, mostrandosi per ciò che è: un’opera razionale, cruda e struggente allo stesso tempo.
L’interpretazione di Riondino è elegante. Questo Vivaldi è in ricerca di ispirazione giorno e notte, intuisce estrosamente - anche grazie alle interazioni con Cecilia - nuove forme nella sua musica, prova a riaffermare se stesso e a far rifiorire la sua produzione in una scena artistica che sembra averlo dimenticato. Ma
non viene personificato come un dannato, romanticamente avvinghiato ad un ideale irrealizzabile; é calato sulla terra, consapevole dei necessari compromessi personali e politici da affrontare.
L’interpretazione di Tecla Insolia e’ intensa e aggraziata. Cecilia disdegna la vita disegnata per le orfane, l’ipotesi del matrimonio combinato con un ricco militare. Desidera unicamente due cose: ritrovare la madre che l’ha abbandonata in fasce e continuare a suonare il suo violino. Il riconoscimento del suo talento da parte del Maestro Vivaldi e’, in parte, risolutorio da questo punto di vista. Una rinascita. Eppure, Cecilia non è un’anarchica romanzesca che sovverte l’ordine secolare. É una giovane pienamente conscia dei limiti affibbiatile dal suo tempo: essere donna, essere povera.
La Primavera di Michieletto è speciale perché l’estetica - seppur scenografie, colori, costumi, combinazioni musicali siano ammalianti - non prende il sopravvento sulla sostanza. Il sacro ed il profano si sfiorano, ma non si amalgamano.
E il finale - dal significato potentissimo - perfora cuore e cervello con la gentilezza di un riflesso lunare sull’acqua increspata del canale, colto
dall’ombra notturna di una calle veneziana.



Commenti