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Una minuscola illusione

  • Immagine del redattore: La cronista
    La cronista
  • 25 ott
  • Tempo di lettura: 4 min

Non poteva immaginare - ai tempi - che quella minuscola illusione si sarebbe, sotto diverse forme, ripresentata nel corso dei decenni a venire. Né poteva immaginare, ai tempi, che la prima reazione alla prima di quelle minuscole illusioni sarebbe diventata la base ancestrale del suo modo - inspiegabilmente a metà tra fatalismo incosciente e decisionismo analitico - di navigare gli spazi più nebbiosi.


Il punto è che, nell’ultimo periodo, la minuscola illusione si era spesso riaffacciata  alla mente di Elena. Addirittura, le aveva fatto accantonare - quantomeno momentaneamente - la voragine.


Era capitato, ad esempio, durante gli ultimi voli. Si era trovata con il naso schiacciato contro il finestrino, a fissare la schiuma di nuvole addensate sotto l’ala dell’aereo, ipnotizzata dai profili fiabeschi di quell’ammasso materializzato di vapore acqueo.


Le era sembrato di provare  la stessa sensazione di allora, con alcune differenze: ai tempi, l’ammasso di nuvole - osservato dal finestrone del bagno di casa - sembrava ancora più maestoso di così ed i profili erano di un rosa brillante, che contrastava con l’azzurro del cielo.


“Esci, devo fare una cosa” le diceva ogni volta, tirandosi la porta di massello bianco alle spalle. “Aspetta un attimo in corridoio”.

L’eccitazione di quando vedeva la maniglia ri-abbassarsi era ancora straordinariamente vivida in Elena.

“Tieni” riappariva lui, con un batuffolo di qualcosa in mano. “Ne ho staccato un pezzo da la’” e indicava, con l’indice, il finestrone aperto oltre il quale alleggiava la nuvola più grande “te lo regalo!”

Elena osservava il batuffolo bianco tra le mani. Nonostante le fosse stato offerto dall’incontestabile autorità del suo universo, dubitava. Qualcosa non tornava. “Non è che mi ha dato del cotone?” .


Era così  affascinata da quella cosa morbida, usata da sua mamma per togliere il colore dalle unghie, che non poteva non notare la somiglianza.


Apriva eccitata l’anta del mobile a fianco del lavandino - rischiando di sbatterci la fronte - e rovistava fino alla busta di plastica trasparente che avvolgeva il cotone idrofilo…tutto sembrava al suo posto. “Ma sopratutto, se l’ha presa da lá, dov’è il rosa?”.


L’ipotesi più intrigante, quella per cui Elena sceglieva di conservare per giorni il reperto, era che non si trattasse ne’ di un pezzo di nuvola, ne’ di un pezzo di cotone idrofilo; bensì di una misteriosa sostanza soffice, dalle origini segretissime, sulla quale non si poteva non investigare. Un po’ per curiosità fine a se stessa, un po’ per stabilire l’assoluta, incontrovertibile, verità su quella sostanza.   

Per fare giustizia, insomma.


“Me ne prendi ancora un po’?” era solita chiedere subito dopo aver squadrato  il batuffolo. “Per oggi, basta. Se tutti i bambini facessero come te, non ci sarebbero più nuvole in cielo” rispondeva suo padre.


Dicevamo, le era capitato spesso nell’ultimo periodo e le stava capitando anche in quel momento, sulla cima della montagna, in presenza di Francesca.


Francesca, nello sforzo persuasivo, glielo aveva anticipato: “Quasi sicuramente, cammineremo un paio di ore nella nebbia e - ad un certo punto - sbucheremo sopra le nuvole”.

Elena - solitamente scettica nei confronti degli slanci entusiasti dell’amica invasata di trekking/arrampicata e ogni altra attività potenzialmente lesiva dell’incolumitá propria e altrui - aveva fatto orecchie da mercante e accettato l’invito senza fare storie.


Fino a qualche tempo prima, avrebbe gentilmente declinato, detestando l’idea di alzarsi all’alba anche in una giornata non lavorativa. In quel periodo, però, la combinazione tra la sveglia mattiniera e la presenza di Francesca costituivano per Elena un’opzione ben più allentante del rimanere a casa, atterrita sul bordo della voragine.


Aveva scelto bene. Più o meno 1000 metri dislivello fino alla vetta - almeno, questo il parametro registrato dal suo orologio sportivo - e poi l’ingresso nella dimensione parallela.


A parte lei e l’amica, nessuno lassù. Silenzio.


”Un grande classico, montagna tosta, tardo autunno, il mondo sceglie altre cose…come, avrei giurato, avresti fatto anche te!”. Aveva chiosato Francesca, appena ripresasi dal fiatone della salita, con un tono che era un misto tra il suo classico assertivo e quello di chi ha intuito qualcosa e vorrebbe stimolare l’incipit di un lungo discorso.


Le parole dell’amica erano una eco lontana nella mente di Elena, la quale in ogni caso - nonostante Francesca fosse per lei come una sorella -  non avrebbe avuto il coraggio di parlare. Per proteggere se stessa oppure chi altro?


Aveva alzato lo sguardo al cielo, di un azzurro accecante. E poi verso il basso, dove non si vedevano valli gialle o arrossate dalla stagione inoltrata, ma esclusivamente un tappeto bianco e illuminato.

Si era avvicinata al ciglio. Pensieri scomposti, appartenenti a quell’altro tempo.

Se avesse allungato il piede, non sarebbe precipitata per un migliaio di metri, ma sarebbe atterrata sulla distesa di nuvole.


Sul mare di nuvole. Quelle vicine al ciglio erano frastagliate, simili alla spuma di un mare leggermente mosso. Quelle più in là, arricciate verso l’orizzonte, avevano forme più tondeggianti e monumentali, simili a quelle che osservava fuori dal finestrone.


In lontananza - a intervalli imprevedibili - le sommità massicce di altre montagne bucavano la densità bianca, come teste di giganti risvegliati.


Elena si era istintivamente inginocchiata lì, sul ciglio della vetta. Se avesse allungato una mano, stava pensando sorridendo a se stessa, avrebbe potuto staccare un batuffolo di nuvola.


Era accovacciata nel nido dei suoi pensieri, quando tre rintocchi acuti e penetranti avevano improvvisamente colpito Elena come un pugno al cervello, facendola traballare sulle ginocchia.

“Sei pazza!”


Francesca si era arrampicata sulla croce di vetta, fino all’arco metallico che la sovrastava, dal quale pendeva una piccola campana di bronzo  collegata ad una corda.


In quel preciso istante, mentre osservava interdetta l’amica - le cui risate spropositate sovrastavano l’ultima propagazione del suono, mentre ancora teneva tra le mani l’estremitá della corda - si sarebbe potuto pensare che Elena avesse dimenticato tutto.


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