Sintonie
- La cronista

- 14 ago 2025
- Tempo di lettura: 4 min
“A me non basta che tu sia attratta dall’idea che io suoni, dal fatto che pensi – oh, che figata! – dopo avermi ascoltato un paio di volte”.
A questo punto della conversazione, si aprono sistematicamente due opzioni:
- annuire, dribblare l’argomento sulla traiettoria opposta;
- sedersi su una nota e filare via, senza possibilità di frenare, lungo l’armonia del suo spartito, fino all’ultima misura.
“Non ho capito…”
“Ma sì! Voglio dire, se questo è il tuo atteggiamento, significa che mi percepisci come qualcosa di diverso, estraneo a te. Invece, no! Invece, dovresti percepirmi come uguale”.
Era una delle cose che più mi aveva affascinato di Edoardo, sin dall’inizio.
Elucubrazioni che hanno tutta l’aria di essere malcelati elogi del sé, arrovellamenti di un pianista sulla sua personalissima visione della vita, ma che sono in realtà altro.
“Non so, Edo, non so dirti se sia meglio scommettere sullo specchio di se stessi oppure sulla storia degli opposti che si attraggono”.
I riflessi di quel piccolo lago sconosciuto, sul quale si affacciava il nostro tavolino, le linee di un pittore rigoroso e poetico.
Una lastra di vetro azzurra nel centro, inscurita dalla notte in arrivo e poi le macchie di rosa verso la sponda; la luce calda degli ultimi raggi di agosto, che illuminava le cime degli alberi e le punte dei campanili dei paeselli lungo lungo la riva. Dietro le colline, i profili già scuri, seghettati, delle montagne. Tutto geometricamente rovesciato nell’acqua.
Una canoa scivolava sulla superficie, un uomo e una donna ai remi, due comparse in un sogno.
Un minuscolo appezzamento di paradiso dimenticato da dio.
“No. Questa cosa degli opposti che si attraggono è una cagata”
“Ok, ma non pensi che sarebbe un po’ noioso passare la vita con una persona identica a te?”
Silenzio. Un dubbio, forse?
“Non semplificare. Era un esempio. Puoi trovare pazzesco/divertente/estremamente interessante che io sia anche un artista, ma se non condividiamo quella cosa lì da cui nasce la musica, se non ricerchi quella precisa cosa lì nella vita…per me, non vibreremo mai insieme. Ci sarà sempre un velo di distanza tra noi”.
Aveva agitato una mano nell’aria, dall’alto verso il basso come a indicare qualcosa che svanisce nel nulla, urtando quasi il cameriere.
“...il che, non significa che sei una cattiva persona, sei semplicemente un alieno. Tu sul tuo pianeta, io sul mio. Senti, fammi assaggiare ‘sto lavarello”. Si era sporto con la forchetta verso il mio piatto.
Piano piano, le sue parole erano diventate un suono sfumato sullo sfondo.
SINTONIA, secondo Treccani: in fisica, con riferimento a fenomeni o grandezze periodiche, il termine significa uguaglianza di periodo . Per noi, comuni mortali: armonia, coerenza e corrispondenza sostanziale tra due o più elementi. Corrispondenza sostanziale.
La verità è che – per quanto sia generalmente saggio fornire un contraltare alla derive argomentative di Edoardo e altrettanto tutelante relegare certe sue aspirazioni ad una dimensione utopica – il mio fondale era indiscutibilmente simile al suo.
Così, mentre lui continuava a dissertare la sua tesi, la mente era piombata sui più recenti – come li definisco, nella massima onestà tra me e me – “tentativi di auto corruzione”. Le volte in cui ho provato a scardinarmi le fondamenta, a manipolare le mie percezioni più intuitive pensando che sì, in fondo, si potesse sopravvivere anche quando la parolina del Treccani era l’assente più ingombrante nel vocabolario di una relazione. E ciò che rimaneva era, soltanto, una me decomposta.
“Smettila di fissarlo!” - l’irruzione brusca della voce di Edoardo nel nucleo di quei pensieri mi aveva ricondotta al tavolino lungo il lago. “Lui e’ lì che si fa le sue cose e te gli stai addosso!”.
Nella spirale delle mie di elucubrazioni, ero rimasta evidentemente ipnotizzata dai movimenti ritmati di un minuscolo ragno che pendeva dalla ringhiera. Le zampe in su, poi in giù, poi salire un po’ a destra, poi indietreggiare un po’ a sinistra; stava tessendo la sua casa con la maestria di un danzatore di salsa.
“Oh, Protezione Ragni, hai rosicato perché mi sono distratta un attimo dalla tua lectio magistralis! Scusami, eh…”.
Sentivo i suoi occhi ceruleo-glaciali posati su di me.
“Comunque Edo, cosa ti dico? Che, probabilmente, hai ragione”
“Ovvio. Ed è altrettanto ovvio che, in questa fase, tu abbia scelto di fatturare invece che risuonare…”. Risuonare. L’aveva detto allungando le vocali, come se stesse cantando. Aveva nuovamente agitato una mano nell’aria, questa volta in modo sinuoso, oscillando lievemente la testa riccioluta e chiudendo gli occhi, come a disegnare le onde di uno spartito invisibile.
Riaperti gli occhi, mi osservava e sogghignava.
“Se vi interessa, di dolce e’ rimasto il tiramisù” così, piantandosi davanti al tavolo, il cameriere ci stava invitando a prendere l’ultima decisione della serata. In fretta, senza troppe balle.
“Un tiramisù, due cucchiaini, grazie!”.
“Edo! Ma cos’è quella roba?”. Un insetto lungo, verde - con due zampe che sembravano braccia sottilissime, dalle mani uncinate e gli occhi sporgenti - si stava arrampicando, nella penombra,sulla corteccia dell’albero a fianco a noi.
“Una foglia”
“Ma cosa dici? Sembra un grillo!”
“Ma va, è una foglia. E’ verde”
“Non mi sembra proprio…”
“No! Cammina! Cazzo che schifo, una mantide religiosa”. Si era ritratto stringendomi l’avambraccio, con il candore di un bambino “ecco, quelle si’ che mi fanno paura!”
“Perché uccidono gli amanti, giusto?”
“Non gli amanti, i mariti proprio”
“Vabbè, più o meno è la stessa cosa…dal loro punto di vista, dico!”
Perplessità.
C’era quella luna gigante, perfettamente sferica e rossa, che spunta quando accade quel fenomeno astronomico che non ricordo mai.
Un ultimo sguardo allo sbrilluccichio sulla superficie dell’acqua.
Ancora per qualche minuto, nel silenzio della macchina che rientra in città, avevo pensato alle cause e alle conseguenze delle sintonie.
Poi, mi sono addormentata.




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