L'Odissea di Christopher Nolan
- Giulia

- 1 giorno fa
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Nolan ha compiuto qualcosa di mai visto: trasformare l’Odissea nell’Iliade. Non ci aveva mai provato nessuno...e, forse, un motivo c’è.
Quella che abbiamo visto al cinema non è l’Odissea. E’ tipo la versione psicologica di Troy.
Non è un tema di coerenza storica – siamo più o meno tutti d’accordo che, in una storia i cui personaggi sono ciclopi/sirene/maghi, c’è poco da contestare la rappresentazione visiva scelta dal regista di turno – bensì di coerenza letteraria.
L’Iliade è una storia, bellissima, di guerra. Lì, si parla dello sfacelo – fisico, morale e psicologico – che le ruota attorno.
L’Odissea è una storia diversa: quella del ritorno a casa dell’uomo con l’intelligenza più acuta del globo terracqueo (semi cit.).
Certo, l’Odissea omerica menziona il pentimento per i fatti di Troia, ma lo fa piuttosto brevemente. Il concetto viene sostanzialmente lasciato alle parole di Achille nell’Ade che, di fronte a Odisseo giunto dal mondo dei vivi, esclama qualcosa come: “Bro, sai che c’è? A pensarci bene, facevo meglio a starmene a casa. Bella la gloria eterna tra quelli che fanno il liceo classico, ma forse ora preferirei essere a casa tra le persone che amo”.
Proprio perché il focus dell’Odissea è un altro. E’ l’intelligenza scaltra e cazzimmosa di un uomo che, pur di tornare a casa da sua moglie e suo figlio:
1) impara a placare, con metodi più o meno efficaci, la sua curiosità;
2) si fa su, come spiedini, divinità/semi divinità/maghe/ciclopi/mostri vari.
Magia, curiosità, intelligenza e ferrea memoria della propria identità. Oh già. Perchè la figata dell’Odissea è che la magia non è apparent – come, invece, viene definita nella scena introduttiva del film – è mooolto real.
Togli questi elementi, uccidi l’Odissea.
Resta la storia di un qualsiasi soldato che, anche dopo aver compiuto qualche impresa “gloriosa”, torna a casa sconvolto dalla guerra. Tema interessante e socialmente importante, ma capiamoci: se questo era l’obiettivo, allora potevamo fare a meno di mostri/maghe/divinità, che mi sono così diventati personaggi fini a se stessi, che lasciano il tempo che trovano.
Polifemo
E niente. Lui è diventato un super Gollum che magna e dorme, non dice una parola, una specie di aborto dell’intelletto.
Ma no, raga. Il Polifemo dell’Odissea è sì un rozzo gigante con un occhio solo, ma eccome se dialoga. Anche in modo acceso. Gli chiede subito chi è e da dove arriva, Odisseo (che ha intuito di essersi infilato in un cul de sac) ha l’idea geniale di rispondere “mi chiamo Nessuno”, quell’altro si mangia i compagni, Odisseo intuisce che potrebbe essere una buona idea farlo ubriacare e gli offre del vino, il ciclope lo ringrazia gioioso e gli garantisce che lo ucciderà per ultimo (grazie), si addormenta ubriaco e Odisseo sfodera il palo incandescente per accecarlo. Polifemo esce dalla grotta per chiedere aiuto, urlando come un pirla: “Nessuno mi ha accecato, Nessuno mi ha accecato!”. E poi, il culmine. Mentre rema allontandosi dalla costa del ciclope, Odisseo sbraita: “Polifemo, è Odisseo che ti ha accecato, figlio di Laerte e abitante di Itaca!”.
Perchè poteva avere un senso mettere in scena questa dialettica? Perchè evidenzia ciò che Odisseo è, intelligente e sfrontato. Un’intelligenza strategica, che va aldilà dell’idea in sè di uccidere un mostro e scappare dalla sua tana. Una sfrontatezza che si sostanzia nel rivelare orgoliosamente la propria identità, anche quando sarebbe stato più prudente mantenere l’anonimato.
Circe
Ma che è sta cafonata?
Una strega moralista, incarognita contro il genere maschile, che torce materialmente la testa agli uomini per trasformarli in maiali. Che poi, posso anche capirla. Ma non è questo il punto.
La Circe omerica non vive in una catapecchia, ma in un piccolo palazzo elegante, circondato da vegetazione e fauna rigogliose. La sua voce è melodiosa, lei è estremamente seduttiva.
Passa la giornata a studiare le erbe magiche, calibrare pozioni. Poi, ogni tanto, trasforma uomini in maiali. Lo fa così, con nonchalance. Non è arrabbiata, anzi: si diverte un sacco alle spalle dei malcapitati marinai. Il questionabile hobby di Circe è noto anche agli dei, tanto che Hermes (divinità dell’astuzia) vola da Odisseo per consegnargli un antidoto: “prendilo quando cercherà di farti bere le sue robe”. E così, non solo Odisseo scampa alla sorte del maiale, ma salva anche i suoi compagni.
Perchè è un peccato che la Circe di Nolan venga rappresentata da megera che, come unica utilità narrativa, ha quella di indicare la strada per l’Ade? Per due ragioni.
Da un lato, si è persa l’opportunità di mettere in scena una figura femminile molto contemporanea: una donna ammaliante, padrona di un’isola bellissima, l’unica che – seppur per un breve lasso di tempo – distrae Odisseo dall’ossessione del ritorno. Dall’altro, ancora una volta, si è persa l’opportunità di mostrare la differenza tra il nostro protagonista e qualsisasi altro essere umano.
Di fronte a un’isola lussureggiante e una padrona fascinosissima, medioman sarebbe rimasto imprigionato per sempre. Odisseo no. Se la rende amica, si ferma un anno con lei, ci fa un figlio – ok, ammettiamo che si è lasciato un po’ andare, ci sta – ma, alla fine, fa mente locale e riprende il viaggio verso la sua vera casa.
Calipso
Ma perché questa dea avrebbe dovuto aiutare Odisseo a ricordare il suo passato? Cosa gliene veniva in cambio, a lei – buonanima – che gli aveva offerto l’immortalità pur di tenerselo lì?
Niente.
Infatti, nell’Odissea omerica, Calipso libera Odisseo SOLO perché ci sono gli dei che le fanno un mazzo tanto. Una cosa esplicita, tipo: “Senti, Calipso, ci hai veramente rotto le palle. Mollalo! Deve tornare a Itaca”.
E così, porella - dopo qualche smadonnamento verso gli dei perché anche Calipso è, a suo modo, cazzimmosa - le tocca aiutarlo a costruire la zattera per tonare da Penelope.
Nolan trasforma Calipso in una specie di psicologa innamorata di lui, che lo aiuta a ricordare il passato e decide di farlo tornare a casa giusto perché ha sentito due tuoni in cielo. E vabbè. In questa atmosfera narrativa, ci può stare che, nel frattempo, Odisseo si sia pure dimenticato il proprio nome.
Se però vogliamo citare l’Odissea, una precisazione va fatta. In 20 anni di vagabondaggio per il mare, non c’è un solo istante in cui Odisseo dimentichi chi è e la sua provenienza. Viene legnato da uomini, mostri, divinità; legna uomini, mostri, divinità. Vede morire, uno a uno, i suoi compagni di viaggio. Nonostante questi fatti, che avrebbero frantumato l’identità di chiunque – mutandone desideri e necessità – Odisseo ricorda sempre. Casa è Itaca. Moglie è Penelope.
Quando è da Calipso, Odisseo non ha dimenticato chi è. Semplicemente, passa ogni giorno della sua esistenza, per circa 7 anni, a piangere in riva al mare.
Se Odisseo avesse perso la memoria, allora non sarebbe stato Odisseo.
Le sirene
Allora. Non so voi, ma io, ad un certo punto, non ho più capito cosa le sirene stessero cercando di comunicare al nostro. La conoscenza della sapienza dell’essere umano dell’interiorità della prestigibirazione. Boh. Un mix tra Nietzsche, Shopenhauer e Kierkegaard. Roba da dire all’equipaggio: “levatevi ‘sti tappi, che non ce n’è bisogno, e attraversiamo quanto prima ‘sto ignominioso fracassamento di maroni”.
Le sirene dell’Odissea non ti raccontano la rava e la fava, sparano dritte al punto debole e ripetono questa azione all’infinito (non a caso, per noi, la sirena è un unico suono in grado di trapanarti il cervello). Ecco perché sono così pericolose, gli basta pochissimo per trascinarti nell’abisso.
Le sirene dicono ad Odisseo tre cose chiarissime: Fermati. Chi riparte di qui, conosce più cose. Noi sappiamo tutto, di Troia e del resto della Terra.
Il riconoscimento di Odisseo da parte di Penelope
Qui abbiamo perso l’occasione di essere hollywoodiani nel migliore senso del termine. Non per il gusto di esserlo, ma perché è lo stesso Omero che ci serve l’hollywoodianità su un piatto d’argento.
Nell’Odissea, Penelope non assiste al momento in cui la freccia di Odisseo passa attraverso le 12 scuri. Il riconoscimento avviene dopo, quando Odisseo descrive a Penelope i minimi dettagli del loro talamo nuziale. Cose che soltanto lui, avendolo costruito, può sapere. Penelope si scioglie. Atena regala ai due sposi una notte lunghissima, rallentando l’arrivo dell’alba. Penelope e Odisseo vanno in camera, si amano nel letto matrimoniale e – soltanto dopo – iniziano a raccontarsi le loro vite.
Volendo, si potrebbe discutere di altre cose.
Tipo di quanto sarebbe stato bello vedere la messa in scena della vera profezia di Tiresia.
Una roba inquietantissima, che fa sembrare l’Odissea omerica uno di quei film horror in cui alla fine, a differenza di come sembra, ti rendi conto che i mostri non sono stati sconfitti e, anzi, ti stanno per accoppare.
Tiresia profetizza ad Odisseo che, in un modo o nell’altro, riuscirà a tornare a casa; ma, subito dopo, dovrà ripartire (ndr da solo, senza Penelope) per una terra lontana e, qui, compiere un sacrificio per farsi ufficialmente perdonare da Poseidone. Come se il suo destino, nonostante lo spasmodico desiderio di tornarsene a casa propria, non fosse la terra, ma il mare. Il viaggio.
Capito? Dopo 20 anni di peregrinazioni, ancora in nave, ancora ‘sta iattura di Poseidone permaloso.
Però ecco, la vera profezia di Tiresia avrebbe avuto un senso se, ad essere messo in scena, fosse stato il vero Odisseo.
A Nolan dobbiamo, certamente, varie cose.
L’aver trascinato al cinema una massa di giovani e meno giovani, a discapito delle caprette che sostengono che la cultura classica non serva a una mazza.
L’aver sfruttato un racconto omerico (quello sbagliato, ma ok) per ricordarci, in una fase storica in cui è effettivamente importante farlo, delle brutture fisiche e psicologiche della guerra.
L’aver messo plasticamente in scena il pentimento di un soldato.
Premesso questo, era forse meglio intitolare il film in un altro modo.



